Dall'alto del privilegio—meritato, si dirà, purché qualcuno sappia dirci che cosa sia il merito—ci si è accorti che la ricerca è diventata una gara e che la gara si misura in chilometri percorsi e minutaggio, e non in quanto si diventa bravi a correre. In un’epifania tardiva, le coscienze egoiche emergono dall’inconscio: Dio è morto. E questo lutto porta con sé la perdita del senso originario della ricerca, della scoperta, della lentezza liturgica.
Benvenuti nel mondo reale, signori! Ci è voluta un’intelligenza artificiale a smuovere le intelligenze umane più fini. Peccato che, apparso il problema, si guardi il dito e non la luna.
In una recente lettera condivisa [1] da vari e tra i più validi matematici al mondo, si porta all’attenzione il “problema dell’AI per la ricerca”. Ma c'è qualcosa che la lettera non vede. O forse qualcosa che, dall’altrove della genialità, è invisibile.
Si afferma—giustamente dico io—che gli intenti delle AI companies e della comunità matematica sono “severely misaligned”. Sembra però sfuggire che gli intenti delle AI companies e dell’Accademia sono invece sorprendentemente allineati: perfettamente integrati nella logica del prodotto im-mediato. Insomma, si scorge un’amnesia curiosa sul pericolo della tecnica da cui la grande filosofia occidentale ci aveva già messo in guardia. Ma la tecnica, e qui è il punto, precede l’AI. Di decenni. Il suo imperativo era già qui: produrre, in fretta, tutto e subito. L’AI ne è un’appendice coerente, conseguenza non causa.
La visione romantica del matematico (o intellettuale) che, educato umanamente, svezzato, cullato, viene poi accompagnato per mano nella sua vita nel mondo della matematica puzza di agiografia. Si dimentica o si ignora la distinzione tra ideali della ricerca e i meccanismi istituzionali dell'Accademia. Si attribuisce all'AI una minaccia a valori che l'organizzazione contemporanea della ricerca già sacrifica sistematicamente. Non è l’AI il mezzo che ci sta conducendo ad una “Scienza” succube della tecnica. Eravamo già su quella strada. Oggi la percorriamo su comodi binari, verso il nulla.
Il velo è caduto, signori! L’AI non è altro che un appiglio, molto comodo ma mortifero, in un mare in burrasca. Più grossa è la nave, meno la burrasca infastidisce, financo a dimenticarsene. E dall'oblò qualcuno guarda i naufraghi aggrappati ai loro salvagenti intelligenti e sbotta: «Ma guarda queste diavolerie! Che saltino fuori dall'acqua, per Dio!»
Il richiamo all’umanità, alla lentezza, al tempo Aionico che l’AI ci starebbe rubando, tradisce la mancata discriminazione tra società dell’immediatezza e un locus amoenus comunitario della mediatezza.
La lettera parla a sé stessa.
Tra noi, uomini gettati nel mondo, e la Comunità evocata non c’è dia-logo, che per definizione richiede un logos condiviso. Solo noi obbediamo ad Ordini.
Da buoni intellettuali di chiesa dovremmo tutti prendere le distanze dall'AI. Benissimo! E chi glielo dice alla povera risorsa umana, che deve produrre a ritmi da industria sovietica per sperare di subire un lavoro—o meglio impiego—e costretto a vivere in un presente as-soluto? Gli si chiede di tornare al tempo della comprensione e della conoscenza, della contemplazione matematica, della filosofia. Che mangino brioches! Si delineano le regole che il mondo reale dovrebbe seguire, per preservare un ideale dell’Io-scientifico in crisi.
L’AI è dunque un non-problema per la ricerca? Non l'ho detto. Ma tolta l’AI, rimane il mare in burrasca.
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[1] https://mathandai.org
[2] Martin Heidegger, La questione della tecnica, in Saggi e Discorsi
[3] Emanuele Severino, Tecnica | festivalfilosofia (2017). https://www.youtube.com/watch?v=A5ryKToPycA
[4] Umberto Galimberti, Opere. Psiche e techne. L'uomo nell'età della tecnica (Vol. 12)
[5] Carl Gustav Jung, Opere. Aion. Ricerche sul simbolismo del sé (Vol. 9/2)
[6] Sigmund Freud, Introduzione alla Psicoanalisi (Lezione 31)